domenica 8 giugno 2014

Un racconto di fantascienza

Giovanni Wu Xiang era in piedi, guardava fuori dall’enorme finestrone che dava sullo spazio. Nella grande stanza attorno a lui i tavolini e le panchine rivolte verso l’esterno, che normalmente ospitavano a qualsiasi ora un gran numero di persone intente a mangiare o semplicemente a godersi il panorama, erano ora completamente vuote. Le luci poste in alto sul soffitto illuminavano il vasto spazio ma senza i rumori della gente e i colori e profumi del ristorante, la stanza aveva comunque un’aria cupa e fredda.

Dal finestrone si vedevano protendere due lunghi bracci della stazione, massicce forme rettangolari di colore scuro, illuminate dai colori verde e rosso delle luci di posizione. Aggrappate ai pontili d’ormeggio, le decine di forme oblunghe e disomogenee delle navi da battaglia: incrociatori, cacciatorpediniere e corvette appese per la coda perpendicolarmente ai lunghi moli. Al termine, parcheggiate lungo la fine dela banchina che si allargava a forma di “T”, le due imponenti e terribilli forme delle corazzate. Dalla sua posizione Giovanni poteva vedere piu’ di un sesto dell’intera flotta da battaglia terrestre. Altri due moli uguali erano nascosti alla sua vista dalla parte opposta della struttura, Giovanni sapeva che vi erano attraccate l’imponente porta-caccia ammiraglia della flotta e un recente incrociatore da battaglia.

L’immagine azzurra della terra al di sotto della stazione sembrava un gigantesco mappamondo, in quel momento rivolto verso l’Europa. Giovanni si fermo’ a pensare ai nove miliardi di persone che brulicavano la superficie. In quel momento le televisioni di tutto il mondo stavano trasmettendo l’annuncio dell’entrata in guerra e probabilmente ogni singolo abitante del pianeta stava fissando sbalordito il sugello mediatico dell’incombente massacro; ma dall’orbita alta della stazione nulla di tutto cio’ appariva sulla superfice tranquilla del pianeta. O quasi. Aguzzando la vista Giovanni poteva scorgere i puntini brillanti dei motori a fusione di alcune navette e cargo planetari che decollavano dalla superficie: un evento quantomai insolito dato l’elevato costo di questo mezzo di uscita dall’atmosfera rispetto all’efficiente ascensore spaziale.

Il meeting con gli ambasciatori della Confederazione delle Colonie Esterne era ormai finito da quasi un’ora e la nave dei delegati si era gia’ sganciata dal molo “C” uscendo dalla sua visuale. Le due lunghe settimane di trattative che si erano tenute nella grande sala riunioni al dodicesimo piano della stazione non avevano avuto esito, ne avrebbero potuto averlo. La lunga disputa sui diritti di sfruttamento minerario degli asterodi della fascia fra Marte e Giove, posta sul confine fra lo spazio controllato dalla Terra e dalle colonie della Luna e di Marte e quello controllato dalla Confederazione era in realta’ solo la punta di un Iceberg di tensioni fra i due contendenti che oramai duravano da quasi un secolo, ovvero da quando le Colonie aldila’ della cintura stessa avevano dichiarato la propria indipendenza dal pianeta Terra. In fondo le risorse minerarie della fascia d’asteroidi erano smisurate e piu’ che sufficenti per entrambe le fazioni, ma sin dalla secessione entrambi i governi avevano trovato conveniente identificare nell’altra fazione un nemico da temere per la popolazione, cosi’ una serie di incidenti fra gruppi minerari diversi in zone ad alta concentrazione di asteroidi sfruttabili che avrebbero facilmente potuto essere risolti per via diplomatica, erano diventati il casus belli perfetto per lo scatenarsi di un odio che era stato inculcato nelle persone per quasi un centinaio d’anni.

I diplomatici di entrambe le nazioni avevano svolto coscienziosamente i loro compiti, impegnandosi duramente e avevano in tutti i modi cercato di evitare lo sfociare di un conflitto aperto e per alcuni decenni ci erano anche riusciti, ma recentemente la vecchia Terra aveva iniziato a temere la crescita industriale e militare della Confederazione e gli establishment militari avevano colto l’occasione per spingere verso una guerra contro un nemico che ora era ancora inferiore ma che avrebbe potuto non esserlo a lungo. D’altra parte la Confederazione, in rapida espansione, aveva assunto un atteggiamento piu’ aggressivo durante i rapporti diplomatici e, sentendosi minacciata, aveva iniziato un rapido e massiccio processo di militarizzazione. La miccia di questo micidiale ordigno pronto ad esplodere, composta da una vasta opinione pubblica favorevole a un conflitto aperto, impregnata da un secolo di odio propagandato, era stata infine accesa dall’incidente dell’asteroide 6768ECB12, quando una nave mineraria Confederata si era scontrata con una Terrestre, apparentemente precedentemente in orbita.

Le crude immagini degli equipaggi morti negli incendi o per decompressione, riprese dalle telecamere delle due astronavi e ben presto giunte nelle mani dei giornalisti, avevano suscitato la rabbia delle popolazioni di entrambe le fazioni e i politici avevano trovato immediatamente conveniente additare come responsabili i rispettivi rivali per evitare che venissero esaminate le responsabilita’ interne. Spinti ad agire per rimediare a questa situazione, i politici avevano pensato di rinegoziare gli accordi per lo sfruttamento delle aree minerarie. Le delegazioni di diplomatici avevano discusso per lunghe giornate, cercando di risolvere una situazioni impossibile da risolvere, poiche’ le pretese di entrambi i contendenti erano esagerate e in contrapposizione e durante i lunghi colloqui le pressioni della politica - che subiva pressioni a sua volta dall’opinione pubblica che lei stessa aveva aizzato - e dei militari impedivano qualsiasi compromesso ragionevole. Dopo quindici giorni, i lavori vennero infine cancellati.

La Terra, forte della sua flotta piu’ vasta e piu’ potente di quella Confederata, ora si preparava ad attraversare la fascia degli asteroidi e dare battaglia vicino alle lune di Giove. I generali terrestri sapevano che il loro pianeta disponeva ancora di una potenza industriale piu’ elevata e di un esercito meglio armato e piu’ preparato e marciavano tronfi per i corridoi della base dichiarando che si sarebbe giunti a una rapida vittoria. Giovanni sapeva molto bene che le “rapide vittorie” erano solo dei miraggi creati dalla lunga esposizione a un periodo di supremazia condito dalla propaganda. La realta’ era che la flotta terrestre, per quanto imponente, non era mai entrata in guerra con un nemico che avesse realmente la possibilita’ di schierare una forza paragonabile. Nessuno sapeva come si sarebbe decisa questa guerra, con quali tattiche, con quali strategie, con che impatto sulle truppe e con quale dazio da pagare per le popolazioni civili. In questo contesto avere quaranta navi in piu’ o in meno poteva non fare nessuna differenza, avrebbe vinto chi meglio e prima avesse compreso questo nuovo modo di combattere.

La potente macchina da guerra terrestre, guardandola con un occhio piu’ critico, era progredita molto poco negli ultimi decenni. Le sue imponenti astronavi costruite probabilmente piu’ rincorrendo tangenti che l’efficenza operativa, il suo establishment militare fondato piu’ sui privilegi e il potere dei generali che sull’attitudine al comando e il genio strategico. L’intelligence, poi, sembrava piu’ concentrata a mantenere l’ordine - o fomentare il disordine quando necessario - all’interno e accaparrarsi enormi finanziamenti, che a raccogliere informazioni precise e attendibili sull’avversario, cosicche’ la reale potenza industriale e militare della Confederazione, probabilmente non erano veramente note. Infine la Confederazione avrebbe giocato in casa questo primo tempo della partita.

Tutte queste considerazioni pero’ parevano appartenere solo a Giovanni, le persone a lui sembravano preoccuparsi solo di aver finalmente l’occasione di schiacciare l’odiato nemico, o forse di assicurarsi una fetta di qualche appalto per la produzione di armi, quasi felici di essersi scrollate di dosso questo lungo, scomodo periodo di pace.

Che poi pace...

Le guerre c’erano state, certo venivano chiamate rivolte o insurrezioni, o magari pirateria, ma la realta’ e’ che si era combattuto eccome nello spazio nei quasi trecento anni da quando l’uomo aveva posato la pietra della prima colonia sulla Luna.

Giovanni lavorava nel corpo diplomatico Marziano durante la rivolta delle piccole colonie di Fobos e Deimos, supportate da alcuni grandi insediamenti Marziani. I ribelli erano riusciti a costruire una piccola flotta basata su navi cargo riarmate e adattate al combattimento e avevano assaltato un distaccamento della flotta terrestre che era in viaggio verso la terra. Giovanni era a bordo dell’incrociatore a capo della squadra quando i ribelli avevano attaccato di sorpresa, distruggendo una delle due cacciatorpediniere di scorta e danneggiando pesantemente l’altra, costringendo i superstiti alla ritirata. Il ricordo del rumore sordo dei proiettili delle railgun contro le corazzature dello scafo e le urla degli uomini che si trovavano nei compartimenti depressurizzati, che cessavano mentre l’aria lasciava il posto al vuoto, lo svegliavano ancora la notte. L’esplosione del reattore a fusione della Alexander che illuminava di luce accecante lo sfondo nero, cancellando in un minuscolo pezzetto di secondo le vite di duecento marinai, poi, la rivedeva ogni volta che chiudeva gli occhi.

Giovanni ringraziava ancora di non essere stato li due settimane dopo, quando la flotta spazzava via le navi dei ribelli, le truppe da sbarco in tuta corazzata penetravano nelle colonie delle lune, massacrando gli abitanti al loro interno, causando l’esplosione di un’intera cupola su Deimos, abitata da duemila poveri corpi lanciati nel freddo e nel vuoto dello spazio. Giovanni ringraziava anche di non aver dovuto vedere il bombardamento della citta’ di Spirit, nell’emisfero Sud di Marte, da parte di due corazzate terrestri. Tuttavia, un mese dopo, non aveva potuto evitare di essere testimone dei danni causati dalle bombe al plasma: di tutta la zona centrale, solo quattro edifici erano ancora intatti. L’intera zona era stata evacuata e continuava l’incenerimento dei corpi nei forni crematori mobili.

La stazione spaziale era ormai praticamente deserta. Nel giro di poche ore centinaia di navette avrebbero attraccato sui vari ponti e portato gli equipaggi e le truppe di terra, nei ponti di comando delle navi sarebbero incominciate le procedure di controllo, sarebbero state individuate le catene di comando e approntate le reti di comunicazione e finalmente le navi si sarebbero sganciate, sarebbero entrate in formazione e avrebbero fatto rotta verso Giove. Per il momento pero’ la maggior parte degli uomini erano ancora a Terra, a salutare le famiglie, gli equipaggi imbarcati ridotti al minimo. Anche cosi’ probabilmente sulla stazione e nella flotta ancorata si trovavano piu’ di cinquemila persone.

Giovanni si chiese cosa sarebbe successo alla terra. Sarebbe stata invasa? La Confederazione avrebbe preso il controllo di tutte le colonie? Oppure si sarebbe arrivati a una pace con pesanti sanzioni? Non importava, qualsiasi cosa era meglio della carneficina che si sarebbe svolta durante quella guerra. Un terzo della flotta terrestre era ancorata a quella stazione spaziale, un errore strategico madornale, uno di quegli errori che derivano dall’arroganza di chi si crede il piu’ forte. Uno di quegli errori che non lasciano scampo.

Giovanni guardo’ la valigetta a fianco alla sua gamba destra. Attraverso la stessa gamba percepiva il ronzio del reattore a fusione che alimentava l’intera struttura, posto al piano subito inferiore. Cosa avrebbe detto la storia di lui? Sarebbe stato dipinto come un traditore? Di sicuro, ma forse, forse, un giorno qualcuno avrebbe capito. Non importava nemmeno quello, in fondo era l’unica cosa che poteva fare. La mano in tasca rigiro’ fra le dita il piccolo telecomando.

Premette il pulsante.

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