venerdì 11 luglio 2014

Un racconto di fantascienza a puntate, capitolo primo

1. Invasione



Cosi’ comincia, con un puntino luminoso su una mappa tridimensionale. Un puntino che diventa molti puntini e quei puntini, piccoli pezzetti di luce sospesi a mezz'aria, diventano nella mente di chi li guarda scuri scafi di metallo che si muovono nel vuoto dello spazio.


Nell’istante in cui il laser disegnava all’interno dell’ologramma i simboli delle navi in avvicinamento e l’allarme suonava nella sala di controllo dei sensori orbitali, le strade di Nueva Paz erano percorse da una piccola folla di persone che si era da poco svegliata per recarsi al lavoro, camminando i larghi viali fra le basse case dei quartieri residenziali periferici, circondati da giardini, per giungere nella zona centrale dagli alti palazzi degli uffici. L’inzio della stagione calda, che su Sirio terzo durava solo sessanta giorni, aveva fatto si che molti avessero deciso per una lunga passeggiata al posto dei piu’ rapidi mezzi di trasporto pubblico.


Marco quel giorno era rimasto nel letto, approfittando del fatto che non erano previsti arrivi di navi da cargo nello spazioporto orbitale per le prossime settimane aveva potuto indulgere in qualche giorno di vacanza. Quando il telefono suono’ era comodamente aggrovigliato alle lenzuola, di traverso sul letto matrimoniale, abbracciato a un cuscino mentre l’altro giaceva sul pavimento poco lontano. La sveglia segnava le ore undici, sua moglie Barbara lo avrebbe gia’ svegliato da tempo, ma in quel momento lei si trovava a poco meno di nove anni luce da lui, in visita sulla terra.


“Tenente di complemento Marco Foresti? E’ comandato di presentarsi immediatamente alla caserma Schultz nel distretto orientale”. Quelle parole erano completamente assurde, la prossima esercitazione non era prevista che fra due mesi e da quando Marco faceva parte dei riservisti dell’esercito non si era mai verificata una esercitazione a sopresa.


La caserma era un edificio basso, spoglio, circondato da un anacronistico muro di cemento armato sovrastato da un reticolato di filo monomolecolare. Fra il cancello d'entrata e la porta del caseggato, un vasto piazzale dove si trovavano raggruppate alcune centinaia di uomini. Pochi indossavano la divisa e l'intero battaglione era sparso disordinatamente mentre altri fanti stavano ancora arrivando. In fondo questa era una unita' di riservisti e probabilmente fino a pochi minuti fa queste persone erano sedute alla scrivania davanti intenti in tutt'altro.


Il generale di divisione Fernando de Silva era in piedi davanti a una riproduzione tridimensionale del territorio nei pressi di Nueva Paz. La sede del comando di stato maggiore era una stanza sotterranea con pareti di robusto metallo, illuminata piu' dagli innumerevoli schermi e ologrammi a mezz'aria e sui tavoli tattici che dalle lampade poste sul soffitto. Un tenente colonnello entro' nella stanza e si avvicino' a Fernando:
"Generale,  i comandi riportano che la centoventesima e la centoventitreesima divisione di riservisti sono in fase di mobilitazione, la trentesima divisione e' stata mobilitata ed'e' in attesa di ordini.


Fernando si volto' verso la mappa dello spazio attorno al pianeta, Sirio terzo aveva una forza militare piuttosto consistente per essere un pianeta periferico privo di importanti installazioni militari, ma dalle dimensioni della flotta che si stava avvicinando, presto gli sarebbero piombate addosso almeno dieci, piu probabilmente dodici, divisioni. Una simile macchina bellica pero' non si poteva semplicemente lanciare sulla testa del nemico, le operazioni di sbarco avrebbero richiesto un'area sufficientemente vasta e relativamente pianeggiante: la logica e l'analisi della rotta delle navi nemiche indicavano chiaramente che il nemico sarebbe disceso a circa un centinaio di kilometri a sud da Nueva Paz, fortunatamente la citta' era affacciata sul mare dal lato nord e non poteva essere accerchiata. Fernando torno' alla  mappa strategica e comincio' a posizionare i simboli delle varie unita' da combattimento sulla riproduzione del terreno.


Nel corso delle ore precedenti Marco aveva preso il comando del suo plotone ed era stato trasportato con tutta la compagnia fino a una valle ai margini delle pianure meridionali, gli uomini avevano preso posto nelle posizioni assegnate e avevano cominciato a scavare trincee e preparare postazioni fortificate. Qualche kilometro dietro di loro continuavano i lavori per l'installazione delle batteria antiaeree e di artiglieria. Dopo poco tempo da quando erano arrivati, un camion consegno' loro una dotazione completa di armature da combattimento. Marco guardo' perplesso sia il conducente che il carico che portava: le armature da combattimento potevano fornire una eccellente protezione dalle armi leggere a distanza e dalle schegge da esplosione, oltre a migliorare la mobilita' del soldato e permettere l'uso di armi piu' pesanti grazie ai muscoli artificiali posti sotto le piastre corazzate di materiali compositi, ma erano anche ingombranti e generalmente considerate piu' utili in una situazione offensiva che difensiva.


Nonostante la lunga giornata estiva, il sole cominciava a calare verso ovest e questo innervosiva gli uomini del terzo battaglione: ormai la tecnologia di visione notturna aveva quasi azzerato le differenze fra combattimento notturno e diurno, ma l'ancestrale paura del buio continuava a rimanere ben presente negli uomini, che avrebbero preferito combattere di giorno. Marco decise di fare un giro attorno alle sue postazioni e usci' dal bunker, la terra scavata di fresco aveva un buon odore assieme a quello dell'erba. A circa cinquanta metri da lui c'erano due soldati seduti dietro un muretto sul quale avevano montato un'arma di squadra, quando Marco si avvicino', uno di loro sollevo' una mano in segno di saluto: la disciplina non era mai stata il punto forte delle milizie di riservisti.


Mentre il tenente si avvicinava per dare una bella lavata di capo al ragazzo, l'allarme suono' negli auricolari dell'armatura e sul visore tattico vide segnalato che le navette da sbarco e i gusci della fanteria d'assalto stavano entrando nell'atmosfera. Marco corse verso il bunker, accese e controllo' il sistema di comando della sua corazza e verifico’' che tutti i cinquanta uomini del plotone fossero connessi mentre lui stesso veniva inserito nella linea di comando sotto il comandante di compagnia. Sul display poteva vedere la posizione della sue truppe e quelle delle unita' vicine, mentre i numero vicino ai puntini rossi che rappresentavano il nemico continuavano a diminuire velocemente, indicando l'avvicinarsi a terra.

Qualcosa non stava andando per il verso giusto: l'artiglieria anti aerea avrebbe gia' dovuto aprire il fuoco contro i bersagli in avvicinamento, se il nemico riusciva a sbarcare senza opposizione avrebbero potuto evitarsi il disturbo di combattere e arrendersi subito. Mentre Marco pensava questo, la seconda ondata di contatti appari' sul visore e tutti i cannoni del mondo - letteralmente - incominciarono a sparare. Il rumore assordante prodotto dai proiettili ultrasonici delle railgun e le esplosioni dei missili riuscivano a penetrare anche il sistema audio della corazza, che era pensato per proteggere da rumori troppo intensi, mentre le esplosioni illuminavano il cielo a giorno. Chiunque guardando quello spettacolo avrebbe pensato che nessuno degli invasori sarebbe sopravvissuto, ma il tenente sapeva che una buona parte sarebbe passata oltre lo sbarramento, mentre la prima ondata, idenne, probabilmente toccava terra in quel momento.

venerdì 4 luglio 2014

A Sado Game of Maso Thrones

Dopo quattro stagioni penso che ormai lo abbiano capito tutti: A Game of Thrones e' una serie televisiva per gli amanti del sadomaso. E' evidente che il pubblico prescelto di HBO per questa produzione e' quello composto da coloro che amano accucciarsi ai piedi di donne statuarie, (poco) vestite di lattice, calzanti tacchi vertiginosi e attrezzate di ogni genere di gingillo volto a infliggere dolore e una qualche forma di perverso piacere al povero tapino di turno.

A me solitamente questa roba garba parecchio, ma A Game of Thrones non sono sicuro che mi convinca del tutto.

Certo, per chiunque sia dotato di un minimo di empatia, una stagione di questo show televisivo offra una ampia gamma di emozioni in gran parte sovrapponibili a quelle di essere legati a faccia in giu' su un tavolaccio con il culo - arrossato dai violenti colpi - brutalmente penetrato da un dildo piu' ispirato a una grossa melanzana che a un pene.

Ma anche il piu' indefesso annusatore di piedi, il piu' perverso amante del dolore fisico, il principe della frusta, il re dell'ano sfondato, alla fine della sua ordalia di urla belluine e sofferenza, pretende il suo meritato orgasmo prima di estrarre dolorosi oggetti da doloranti cavita', ripiegare la tutina di plastica e tornarsene a casa.

A noi invece danno ottanta minuti di battaglia finale inutile. Che e' un po come una altra dose di frustrate su chiappe che ormai hanno il colore di un pomodoro e la sensazione che diventa lentamente certezza che il tempo sta per scadere e non ci sara' spazio per nemmeno una sega.

Pero' la scena dove Varys sente le campane, sbianca, si gira e va a sedere affianco alla cassa di Tyrion per niente contento, mi e' piaciuta.